La Quaresima del Carnevale

carnevale - martedì grasso

Temo il Carnevale più dell’influenza intestinale. Patisco l’incosciente cirrosi di Gianduia e la couperose di Giacometta. Niente mi disturba di più della follia programmata. Faccio parte della categoria degli esseri umani che non gioiscono a comando. Migliaia di piccoli ebeti che stanno alle feste « … come d’autunno sugli alberi le foglie … ». Che il giorno del proprio compleanno si fingono morenti per non essere festeggiati. Che ricordano come Capodanni migliori quelli passati a lavorare e che al Martedì grasso preferiscono una seduta di agopuntura. Ma come? Proprio tu che sei una comica! Lo so. Ma non è presunzione, credetemi … direi piuttosto una tara ereditaria che sovente ti porti dietro dall’infanzia.

lo, per esempio, per anni a Carnevale, sono stata vestita da spagnola. Un’azione che oserei definire criminale. Come vestire un nano da cestista o un ciccione da uomo invisibile! Ma mia madre non ha mai fatto un plissé. Ogni anno, puntuale come un orologio svizzero, riproponeva immutato il macabro rito. Mi avvolgeva dentro un tunicone rosso fuoco crivellato di pizzi, mi stampava sul cranio un parruccone tinta corvo con crocchia annessa e poi mi tatuava sul muso un neo grosso come un livido. E si andava alle giostre di piazza Vittorio. Obbligatorio. Col cappotto addosso, naturalmente, da sfigata doc.

E via coi dolci. Da allora ho maturato questa convinzione: quelli di Carnevale hanno un’unica qualità, fanno tutti indistintamente venire la nausea. Siano lordi di olio limaccioso o ripieni di marmellate letali, seminano vittime più delle armi chimiche. Che fare allora?

Non rimane che evitare il peggio schivando petardi, fialette puzzolenti, inchiostro simpatico e polverine grattarole con la certezza nel cuore che presto arriverà la Quaresima e con essa tornerà la pace.

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